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LaPresse

INTERVISTE ATALANTA CALDARA – Mattia Caldara ha raccontato approfonditamente il calvario lungo tre anni segnato da gravi infortuni che ha dovuto affrontare. Nel corso dell’intervista concessa a Cronache di Spogliatoio ha rievocato anche i ricordi legati alla sua doppia esperienza all’Atalanta. 

Il primo round con Atalanta

“Questo ambiente vale una Ferrari, ma viene sfruttato come una 500′. Nessuno, in quel momento, riusciva a comprendere completamente quelle parole. Quel credo, quella consapevolezza di avere in mano un gioiello da lucidare, far brillare e il cui valore sul mercato era degno delle migliori boutique. Quando Gasperini ci ha detto quella frase, dentro di sé sapeva già come trasformare la 500 in una Ferrari. Solo che nessuno intorno a lui riusciva a vederlo. Senza accorgercene, però, la nostra mentalità era cambiata. Dopo ogni vittoria ci ripeteva: “Ragazzi, non è la salvezza il nostro obiettivo”. E iniziò a farlo da dicembre, per evitare un rilassamento. Ci attaccava frasi motivazionali nello spogliatoio.”

Il passaggio a Juventus e Milan

“Quando sono andato prima alla Juve e poi al Milan ho capito che il concetto di famiglia che c’era all’Atalanta è più incentrato e traslato sul singolo, lì ogni passo viene analizzato e fa notizia. Venivo da un gruppo in cui ogni tuo compagno era tuo fratello, invece i big pensano più a loro stessi”.

Il ritorno

“L’Atalanta mi contattò per darmi un’opportunità. Mi dissi che tornare lì, dov’ero cresciuto, dove conoscevo già il modo di giocare, mi avrebbe aiutato a inserirmi più velocemente, sentendomi a casa. La prima cosa da recuperare era la testa, fracassata di insicurezze fisiche. La mia tenuta mentale andava ritrovata, ancor prima del ginocchio. Appena arrivato, gioco titolare a 19 mesi di distanza dall’ultima volta. 19 mesi di tristezza: tornavo la sera, a casa, e non sorridevo più. In quelle settimane gioco anche in Champions League contro il Valencia. Penso che sì, sono tornato”.

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